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Negli ultimi anni la parola AI ha iniziato a comparire ovunque. Non solo nei prodotti tecnologici, dove la sua presenza sarebbe anche comprensibile, ma in ogni forma di comunicazione aziendale: piani strategici, presentazioni al board, documenti di visione, roadmap, pitch commerciali.
Tutto, in qualche modo, è diventato AI-powered. O almeno, così viene raccontato.
Il punto, però, non è stabilire se questa affermazione sia vera o falsa. Nella maggior parte dei casi, infatti, una qualche forma di intelligenza artificiale è davvero presente.
Il problema è un altro, ed è più sottile: questa parola ha smesso di aiutare a capire cosa sta realmente accadendo dentro le organizzazioni. Non chiarisce più, non distingue, non guida le decisioni. E quando il linguaggio perde la capacità di orientare, diventa un elemento di confusione strategica.
Dire che un prodotto o un progetto è “AI-powered” non dice:
- Che problema risolve
- Quale attività cambia
- Quale decisione viene presa in modo diverso
È una descrizione tecnologica che non ha più alcun potere esplicativo sul piano operativo.
Il vero rischio del linguaggio vago
C’è stato un tempo in cui bastava dire “cloud” per comunicare modernità, agilità, scalabilità. Nel 2014 bastava dire “cloud-based” per sembrare avanti.
Oggi, guardando indietro, sappiamo che quella parola non spiegava nulla di davvero rilevante sul funzionamento di un’azienda.
Nel 2026, AI-powered rischia di avere lo stesso destino: una descrizione tecnologica che non dice nulla sul piano operativo, organizzativo o decisionale.
Il rischio più grande non è quindi il marketing superficiale, che esiste da sempre e continuerà a esistere. Il rischio vero è che un linguaggio vago diventi una zona di comfort, un modo elegante per evitare di affrontare le scelte difficili.
Quando un’organizzazione parla di AI in modo generico, spesso sta evitando di affrontare domande molto più scomode, come:
- Cosa succede se l’AI contraddice un manager senior?
- Quali decisioni vogliamo davvero automatizzare?
- Quali decisioni non vogliamo automatizzare?
- Chi perde potere quando un sistema suggerisce una scelta diversa?
Finché queste domande restano sullo sfondo, l’AI rimane una promessa astratta. E le promesse astratte, per quanto affascinanti, non cambiano il modo in cui le aziende prendono decisioni, allocano risorse o si muovono nel mercato.
“AI strategy” come zona neutra
È in questo contesto che espressioni come AI strategy diventano particolarmente ambigue. Sulla carta sembrano indicare visione e consapevolezza, ma nella pratica spesso funzionano come una zona neutra, un territorio privo di conflitti in cui tutti possono sentirsi d’accordo senza che nulla venga davvero deciso.
Una strategia, però, non è un elenco di opportunità potenziali. È una serie di rinunce esplicite, di scelte che escludono alternative e producono conseguenze.
Ogni decisione sull’uso dell’AI implica inevitabilmente cambiamenti nei ruoli, nei processi, nelle responsabilità e, in alcuni casi, negli equilibri di potere interni. Se queste conseguenze non vengono affrontate apertamente, la strategia resta una cornice elegante che circonda il vuoto decisionale.
L’illusione del progresso
Per questo motivo molti progetti AI non falliscono in modo clamoroso. Non vengono cancellati, non finiscono sui giornali, non generano scandali. Semplicemente scivolano in una zona grigia di utilizzo marginale.
Le tecnologie funzionano, le dashboard esistono, le demo continuano a essere mostrate nelle review formali, ma l’impatto reale sulle decisioni quotidiane è minimo. I manager continuano a decidere come hanno sempre fatto, spesso basandosi su dinamiche informali che nessun sistema riesce a scalfire.
In questi casi, l’AI non viene integrata a monte, nel modo in cui l’organizzazione decide e si assume responsabilità, ma aggiunta a valle come strato accessorio. Il risultato è un’illusione di progresso: la sensazione che qualcosa stia cambiando, mentre in realtà tutto resta sostanzialmente uguale.
L’AI, in questo scenario, non trasforma l’organizzazione, ma amplifica semplicemente le sue dinamiche esistenti, comprese quelle disfunzionali.
Il cambiamento che sta già avvenendo (in silenzio)
Eppure, in alcune realtà più mature, un cambiamento è già in corso, anche se spesso passa inosservato. Non perché l’AI sia stata abbandonata, ma perché ha smesso di essere usata come etichetta. In queste aziende si parla meno di intelligenza artificiale in senso generico e più di sistemi decisionali specifici, di flussi operativi ben delimitati, di riduzione del tempo che intercorre tra un’informazione e un’azione concreta. Il linguaggio diventa più preciso, meno entusiasmante, ma molto più utile.
In questi contesti la parola AI compare di rado, e proprio per questo il suo impatto è più evidente. Perché quando le scelte sono chiare e le responsabilità definite, la tecnologia smette di essere un argomento di discussione e diventa uno strumento operativo.
Una conclusione poco rassicurante
Nel breve periodo, continuare a dire AI-powered non avrà grandi conseguenze.
Nel medio periodo, però, rischia di diventare un segnale di superficialità, soprattutto in un mercato che sta iniziando a stancarsi delle promesse e a chiedere risultati concreti. Quando l’attenzione si sposta dall’hype all’esecuzione, le parole che non spiegano più nulla diventano un peso.
Il problema, in fondo, non è trovare il termine giusto. Il problema è avere qualcosa di reale da raccontare.
E sempre più spesso, quando questo racconto manca, non è per una carenza tecnologica, ma perché l’organizzazione non ha ancora deciso cosa è davvero disposta a cambiare.
