Indice
Nel mondo tech siamo ossessionati dall’architettura. Architetture software, architetture cloud, architetture dati, architetture di prodotto. Ci interroghiamo su scalabilità, resilienza, performance, costi operativi. Progettiamo sistemi complessi con una precisione quasi maniacale.
Eppure, nella maggior parte delle aziende tecnologiche, esiste un’infrastruttura che nessuno progetta davvero, nonostante condizioni tutto il resto: il linguaggio.
Non il linguaggio del codice, ma quello con cui le persone prendono decisioni, collaborano, definiscono obiettivi, interpretano priorità, costruiscono processi e, in ultima analisi, danno forma alla cultura aziendale.
È da questa consapevolezza che nasce la conversazione con Valentina Di Michele, una delle voci più autorevoli in Italia sul tema del content design e dello UX writing, ma soprattutto sul ruolo del linguaggio come infrastruttura organizzativa.
Una prospettiva che ribalta un’idea ancora molto diffusa: le parole non sono un ornamento del lavoro. Sono parte del sistema.
Il linguaggio come infrastruttura invisibile
Il linguaggio funziona esattamente come l’elettricità o l’acqua corrente. Finché c’è, nessuno se ne accorge. Quando manca – o quando è difettoso – il sistema si blocca.
Nelle aziende tecnologiche questo blackout non si manifesta in modo evidente. Non c’è un errore critico, non c’è un alert rosso.
C’è qualcosa di peggio: attrito costante. Riunioni di allineamento che non allineano. Email di chiarimento che ne generano altre tre. Decisioni rimandate perché “non è chiarissimo”. Processi formalmente definiti ma operativamente inefficaci.
Il paradosso è evidente: si investono milioni in piattaforme digitali e zero nella progettazione dell’architettura linguistica che permette alle persone di usarle davvero.
Le parole non descrivono il lavoro: lo costruiscono
Uno degli errori più comuni è pensare che il linguaggio serva a raccontare qualcosa che esiste già. In realtà, molto spesso, le parole creano la realtà operativa.
Un job posting non si limita a descrivere un ruolo: lo definisce. Un contratto non racconta un accordo: è l’accordo. Un OKR non misura il successo: stabilisce cosa significa “avere successo”.
Quando questi artefatti linguistici sono vaghi, ambigui o incoerenti, non stiamo semplicemente comunicando male. Stiamo progettando male il sistema. Ed è qui che emergono costi invisibili ma enormi: tempo sprecato, errori evitabili, rallentamenti decisionali, frustrazione diffusa.
Secondo il Project Management Institute, oltre la metà dei progetti fallisce a causa di problemi di comunicazione. Non per limiti tecnologici. Non per mancanza di competenze. Ma perché le persone non condividono lo stesso significato delle parole che usano ogni giorno.
Ambiguità semantica: il vero collo di bottiglia delle decisioni
Uno dei punti più critici è che, spesso, il linguaggio non è chiaro nemmeno all’interno delle organizzazioni.
Termini come customer centric, agile, collaborazione, ownership vengono utilizzati quotidianamente, ma assumono significati diversi a seconda della funzione, del team o del livello gerarchico.
Questo genera una falsa sensazione di allineamento. Tutti usano le stesse parole, ma nessuno sta parlando davvero della stessa cosa.
Il risultato è un fenomeno che molte aziende conoscono bene: decisioni lente senza una causa tecnica evidente.
I dati ci sono. Gli strumenti anche. Le competenze pure. Manca il vocabolario condiviso per interpretarli.
Change management: la resistenza è spesso semantica
Nel change management si parla spesso di resistenza al cambiamento come di un problema culturale o psicologico.
In realtà, molto spesso, è un problema linguistico. Le persone non resistono perché non vogliono cambiare. Resistono perché non riescono a immaginare cosa succederà dopo. Se non riesco a descrivere il futuro, non riesco ad andarci.
Quando un’organizzazione dice “da domani dobbiamo essere più agili”, ma non è in grado di spiegare cosa smetterà di fare, cosa inizierà a fare, come si misurerà il successo e cosa succederà se non funziona, sta creando un vuoto semantico.
E il vuoto genera paura, immobilismo, rigetto.
Non a caso, i tentativi di standardizzazione del linguaggio calati dall’alto falliscono quasi sempre.
Funzionano invece i processi di co-creazione: esempi concreti, glossari minimi condivisi, sistemi di contenuto coerenti, pratiche linguistiche costruite insieme ai team.
Linguaggio, cultura e intelligenza artificiale
Con l’ingresso massivo dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali, il tema diventa ancora più critico. I modelli linguistici non sono neutrali. Non inventano bias: li amplificano.
Se il linguaggio storico di un’azienda è passivo-aggressivo, escludente o ambiguo, i sistemi automatizzati lo replicheranno su scala.
Chatbot, sistemi di screening dei CV, assistenza automatizzata: tutto ciò che “impara” dal linguaggio aziendale ne eredita i difetti. Questo rende il linguaggio una responsabilità strategica ed etica.
Non è più solo una questione di comunicazione. È una questione di governance.
Il ruolo della leadership: dare forma alle parole quotidiane
La cultura di un’azienda non è ciò che viene scritto nei valori sul sito.
È il linguaggio che viene usato nelle riunioni, nei feedback, nelle performance review, nelle decisioni difficili.
Negli ultimi anni si sta osservando un cambio interessante: molte organizzazioni stanno abbandonando un linguaggio bellico – conquista, attacco, competizione, dominare il mercato – per adottare un lessico più orientato all’ecosistema: relazioni, partnership, co-creazione, fiducia.
Non è solo una questione di stile.
Cambiare linguaggio significa cambiare il frame mentale da cui nascono le strategie.
E il frame mentale, nel lungo periodo, determina i risultati.
Da dove iniziare: un gesto semplice ma potente
Non servono framework complessi per iniziare. Serve attenzione. Ascoltarsi mentre si parla. Notare le parole che ricorrono di più nelle conversazioni quotidiane. Chiedersi che tipo di realtà stanno costruendo.
Perché, che lo si voglia o no, le parole stanno già progettando l’organizzazione. La differenza è decidere se farlo in modo consapevole o lasciarlo al caso.