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La sopravvivenza di un brand per oltre un secolo non è mai un caso di fortuna, ma di adattamento evolutivo. Il caso di Cereria Di Giorgio, fondata nel 1908 nel cuore di Trastevere e giunta oggi alla quarta generazione, offre una lezione magistrale su come un’azienda “tradizionale” possa trasformare il proprio DNA operativo senza perdere la propria identità.
In questa intervista condotta da Manuel Arlotti, l’Amministratore Delegato Alessia Di Giorgio ha tracciato il percorso che ha portato l’azienda dai registri manuali a un ecosistema digitale integrato.
L’era dell’entropia: il costo della “non-qualità” manuale
Fino agli anni ’60, l’operatività era affidata interamente alla memoria e alla manualità. Ogni cliente possedeva una scheda cartacea compilata a mano; un sistema fragile dove un errore di trascrizione o un’anagrafica duplicata (ad esempio, registrando una parrocchia sotto nomi diversi) rendeva impossibile una visione d’insieme del business.
Questo scenario generava quello che Alessia Di Giorgio definisce il “costo della non-qualità”:
- Incongruenze di pricing: Errori umani nell’applicazione dei listini a seconda dell’operatore.
- Inefficienza documentale: Fatturazione gestita con macchine da scrivere.
- Cecità strategica: Impossibilità di analizzare trend di vendita o preferenze di mercato in tempo reale.
La stratificazione tecnologica: dal Burroughs al MES
La trasformazione non è avvenuta in un unico balzo, ma attraverso una serie di pivot tecnologici strategici:
- Anni ’70 – Il primo calcolatore: L’adozione di un sistema Burroughs ha segnato il passaggio alla prima strutturazione delle anagrafiche.
- Anni ’80 – La rivoluzione IBM: Con il passaggio ai sistemi IBM, l’azienda ha iniziato a trattare il prodotto non più come un oggetto, ma come un insieme di attributi digitali. Peso, dimensioni, pallettizzazione e fragranze sono diventati dati pronti per l’analisi statistica.
- Oggi – Industry 4.0 e sistema MES: L’implementazione di un sistema MES (Manufacturing Execution System) ha portato il digitale direttamente in fabbrica. Questo strumento permette di rilevare i dati di produzione in tempo reale, eliminando la compilazione manuale dei moduli a fine giornata e riducendo drasticamente l’errore umano.
Gestire l’eredità culturale: il fattore umano
Il vero ostacolo alla trasformazione non è mai stato il software, ma la resistenza al cambiamento. Alessia Di Giorgio evidenzia come il successo dell’adozione tecnologica sia dipeso da due fattori critici:
- Internal Champions: Figure chiave all’interno del team che hanno abbracciato le novità, fungendo da “traduttori” e facilitatori per i colleghi più restii.
- Valore del Benessere: La consapevolezza che lo strumento digitale non sostituisce la persona, ma la libera da ruoli “da scrivano” (data entry, ricerca manuale di fatture) per elevarla a compiti più qualificanti e strategici.
Verso il 2026: la vendita diventa Customer Success
Il prossimo passo dell’architettura digitale di Cereria Di Giorgio riguarda l’integrazione della forza vendita tramite iPad collegati direttamente al database aziendale.
Questa mossa non è una semplice ottimizzazione logistica. Eliminando la necessità di personale dedicato al mero inserimento ordini (attività precedentemente gestita via e-mail o WhatsApp) , l’azienda sta trasformando quei ruoli in esperti di Customer Care strategico. La persona che prima “scriveva” l’ordine, ora ha il tempo di chiamare il cliente per proporre cross-selling, analizzare le mancanze a scaffale e consolidare la relazione.
Conclusione
La storia di Cereria Di Giorgio dimostra che la Digital Transformation è, in ultima analisi, un progetto di liberazione del tempo. Utilizzare la tecnologia per gestire la complessità dei dati permette agli esseri umani di tornare a fare ciò che sanno fare meglio: creare strategie, curare i dettagli e costruire relazioni.